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Personale

Attività compatibili - regolamentazione

Data pubblicazione : 10/10/2008

Con riferimento al quesito inviato con la nota richiamata in epigrafe si precisa quanto segue.

La materia delle incompatibilità e del cumulo di impieghi per i dipendenti dei comuni e dei comprensori della Provincia Autonoma di Trento è regolata sostanzialmente dall'art. 23 del D.P.Reg. 01.02.2005 n. 2/L (art. 18 commi 57, 58, 59, 60 della L.R. 10/1998).

L'articolo in parola demanda ai comuni la competenza della regolamentazione di dettaglio della materia fissando, peraltro, alcuni precisi principi e criteri ai quali gli enti dovranno obbligatoriamente attenersi.

In particolare la norma prevede delle ipotesi di divieto tipiche e atipiche.

Nelle ipotesi di divieto tipiche, previste alla lettera a), dell'articolo 23, rientrano il divieto dell'esercizio del commercio e dell'industria nonché della libera professione, mentre nelle ipotesi di divieto atipiche, previste dalla lettera b), dell'articolo 23, vi rientrano tutte le attività che possono originare conflitti di interesse o pregiudicare il corretto adempimento dei doveri d'ufficio.

Compito dei regolamenti degli enti è quello di dare concretezza alle ipotesi di divieto atipiche individuando le attività ritenute compatibili.

Naturalmente l'individuazione delle attività compatibili fatta dai regolamenti può comunque lasciare un margine di discrezionalità all'ente in sede di rilascio delle singole autorizzazioni, sempre e comunque necessarie per l'esercizio delle attività individuate come "compatibili". In sede di rilascio delle singole autorizzazioni dovrà infatti essere valutata la concreta assenza di conflitto dell'attività svolta con i superiori interessi di imparzialità e buon andamento dell'Amministrazione.

Per quanto riguarda la locuzione, spesso contenuta nei regolamenti organici, che limita l'autorizzabilità delle attività ad attività svolte in modo eccezionale o saltuario, a nostro avviso la stessa va intesa nel senso che le attività autorizzabili debbono essere "straordinarie" (eccezionali, appunto) ovvero comportare un impegno e una applicazione solamente sporadiche (saltuarie); la durata annuale o, come nel vostro caso, triennale di un incarico, non è quindi elemento sufficiente per poter sostenere che detta attività contrasta con il principio della "saltuarietà".

Mentre a livello nazionale esiste il limite previsto dal 123° comma, dell'art. 1, della L. 662/1996, la normativa regionale di riferimento, più volte richiamata, non prevede espressamente limiti economici alla attività extraistituzionale svolta dal dipendente. Questo significa che potranno essere i singoli enti, ispirandosi alla normativa nazionale, a stabilire detto limite.

L'introduzione di questo limite, che colpisce il reddito derivante al dipendente pubblico da incarichi esterni, si connota sicuramente di un intento dissuasivo verso l'assunzione di incarichi, ma anche di un più ampio intento che intende equilibrare il rapporto tra reddito percepito dal dipendente a titolo di lavoro subordinato (nella pubblica Amministrazione) e reddito percepito dal dipendente con l'assunzione di incarichi extraistituzionali; sicuramente, quindi, non rappresenta "ex se" il limite entro il quale considerare l'attività extralavorativa svolta dal dipendente come attività "saltuaria ed eccezionale". Per la determinazione della occasionalità delle prestazioni dovranno pertanto essere considerati altri elementi, quali quelli da voi evidenziati nella richiesta di parere (impegno temporale richiesto dall'incarico, durata e frequenza degli accessi necessari per assolvere i relativi compiti, ecc.).

Nel vuoto normativo della legge regionale su tempi e modi di presentazione della domanda e concessione dell'autorizzazione, saranno i regolamenti comunali a doversi far carico della loro regolamentazione.

Nel caso in cui i regolamenti non prevedano nulla al riguardo sembrerebbe possibile considerare applicabile anche nella nostra provincia la norma prevista dal comma 10, dell'art. 53, del d.lgs. 165/2001, ossia la norma che sanziona il decorso del termine per provvedere.

Com'è noto, infatti, in tema di ordinamento del personale dei comuni la Regione può, con propria legge, stabilire solo i principi generali della materia, mentre è rimessa ai comuni la regolamentazione concreta dell'argomento (art. 65 dello Statuto); ciò significa che anche nella materia delle incompatibilità gli enti hanno un'ampia facoltà di regolamentazione e, in applicazione della previsione Statutaria contenuta nell'art. 105, potranno riempire i "vuoti normativi" applicando, in via interpretativa, le leggi dello stato.